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Problemi "Rosa"

E’ trascorso quasi un secolo da quando la subacquea con autorespiratore autonomo è approdata nel nostro pianeta. In questo scenario, inizialmente solo per veri uomini, non poteva mancare Lei, la donna che alle soglie del XXI° secolo, oltre a superare i sintetici uomini - in quanto più analitica- si insedia all’interno di una disciplina sportiva con un sempre crescendo numero di partecipanti ai corsi. Un radicale cambiamento sociale che porta, non solo verso maggiori livelli di sicurezza (l’analisi femminile prevale sulla sintesi maschile¹), ma anche verso più gradevoli settori di immagine (equipaggiamenti dai colori sgargianti e non per sole donne) a cui le aziende, si sono ragionevolmente e di gran corsa adattate. Purtroppo, nella vita di una donna ci sono delicate circostanze -spesso sottovalutate, a causa di una scarsa preparazione di chi si immerge o di chi istruisce- che non di rado portano a far fronte a serie problematiche. Ad essere indagati sono i c.d. “problemi rosa”, vale a dire il ciclo mestruale, l’uso della pillola come contraccettivo, la gravidanza e, per ultimo, la mastoplastica additiva (protesi al seno), circostanze queste che se nella vita e nello sport in genere possono oggi passare in secondo piano, lo stesso non si può dire per la subacquea Senza entrare troppo nel tecnico, vediamo di capirci qualcosa. Nel ciclo mestruale, ad esempio, la spossatezza, i dolori addominali – sintomatologie presenti nella maggior parte dei casi- sono elementi da tenere in considerazione prima di immergersi. Iniziare l’immersione in condizioni fisiche precarie, anche se di poco conto (come ad esempio i primi giorni del ciclo, governati da stress e nervosismo) non è affatto ragionevole. Tuttavia, essendo il fenomeno basato su poche costanti e molte variabili (ad esempio, non tutte soffrono “la condizione” allo stesso modo), secondo un “principio naturale”, la scelta se immergersi o meno è strettamente legata ad un proprio senso responsabilità e raziocinio. Ad ogni modo, anche nei casi più “soft”, vale a dire quando il ciclo insorge “silente”, è opportuno iniziare l’immersione dopo il periodo “clou”, che nella stragrande maggioranza dei casi corrisponde a circa tre giorni dopo l’inizio del fenomeno. Altra considerazione va fatta sull’uso della pillola anticoncezionale. La quasi totalità delle donne, consapevoli che l’uso prolungato della pillola favorisce già di per se (anche se con remote probabilità) l’insorgere di fastidiose patologie e che in nessun caso ci si immerge dopo aver assunto farmaci, pratica ugualmente l’attività subacquea. ___________________________________________________________________________________________________________ 1. cfr. Medicina subacquea ed iperbarica –R. Pallotta; Questa indicazione non è come dire che l’attività subacquea è impedita a chi adopera la pillola, anche perché troppe variabili (età, fumo, pillola come terapia continuativa) dovrebbero essere messe in gioco, ma ad essere molto analitici non si esclude che, in una attività abbastanza impegnativa, concomitante –ad esempio- all’uso prolungato della pillola, non possano insorgere problematiche, anche serie, che in circostanze normobariche non sarebbero mai accadute. Il consiglio quindi per chi ricorre alla pillola è quello di non abbassare la guardia e di rimanere in costante controllo del proprio medico, attenendosi scrupolosamente, più di quanto Ella gia non faccia, alle norme generali di sicurezza che regolano l’attività subacquea. Singolari sono, invece, i casi in cui le donne in gravidanza continuano ad immergersi; per lo più si tratta di immersioni svolte nel primo mese di gestazione, proprio quando lo “status” può essere inizialmente scambiato per un semplice ritardo mestruale. E’ bene chiarire subito. L’immersione in gravidanza va completamente evitata! Oltre ai disagi di ordine pratico -trasporto di pesanti attrezzature, vestizione più impacciata e continua ricerca di mute che si adeguino al “pancione”- ne sorgono altri di tipo fisiologici che riguardano la salute del feto. Procrastinando, quindi, le immersioni per una stagione, la neo-mamma potrà continuare a tenere il contatto con l’acqua della piscina, campo di addestramento sicuramente più consono alla “nuova condizione”. Il nuoto se praticato a partire dal terzo mese sotto il controllo medico, non potrà che farle bene ed aiutarla anche durante il parto. La mastoplastica additiva è una condizione che non genera affatto problemi fisiologici, tuttavia è opportuno sapere che un equipaggiamento poco adatto può facilmente danneggiare la protesi al seno della malcapitata. In uno studio del DAN², tre tipi di protesi mammarie (silicone, saline e miste) sono stati testati in camera iperbarica. Dopo la decompressione si è potuto osservare un aumento non significativo della dimensione delle bolle gassose in tutti i tre tipi di protesi, maggiormente in quelle al silicone. La presenza di bolle –tutte scomparse dopo poco tempo- ha comportato un leggero aumento di volume della protesi, non rischiosa ai fini dell’integrità meccanica della stessa o del tessuto circostante. Dal punto di vista meccanico è opportuno evitare l’utilizzo di GAV dotati di bretelle o serraggi che potrebbero, in qualche modo, comprimere eccessivamente la protesi aumentandone il rischio di rottura. Qualche vantaggio, invece, si ottiene nell’assetto poichè proprio la protesi al silicone – negativa in immersione- consente di poter togliere un po di zavorra dalla cintura. ___________________________________________________________________________________________________________ ² cfr. Diver Alert Network 6\2003

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